La Monta Western

LA MONTA WESTERN: CENNI SULLE ORIGINI E MITI DA SFATARE

La storia della MW è una delle più affascinanti che si possano scoprire.
Essa nasce nel Nuovo Mondo, quando l’America era ancora una distesa di terre selvagge e la natura vergine regnava incontrastata tra la fitta vegetazione delle foreste, le distese sconfinate delle zone desertiche, e gli  immensi spazi aperti ricchi di  praterie, laghi e fiumi, picchi innevati e  promontori rocciosi.yosemite california
Un imponente patrimonio naturale che per migliaia di anni ha accolto solo la presenza discreta  e silenziosa degli abitanti indigeni, rispettosi ospiti di quella “Madre Terra” che veneravano e con la quale vivevano in simbiosi.
Ma ben presto questo regno incontaminato si svelò agli occhi dei primi Conquistatori che non tardarono a comprendere quanta ricchezza celasse, e quel Nuovo Mondo in apparenza così ostico e primitivo non li scoraggiò dal loro intento di studiarlo e porvi i primi insediamenti. C’era qualcosa di irresistibile in quei luoghi, che molto presto  avrebbe scatenato la folle corsa dell’uomo alla conquista dei tesori di cui  abbondavano: oro, argento, metalli preziosi di ogni genere e terra, miglia e miglia di terra che sembravano solo attendere di essere conquistate dai primi pionieri, un vero sogno per i contadini e gli allevatori.
E’ qui che nasce la Monta Western,  dall’incontro delle popolazioni native con le culture europee introdotte con le spedizioni dei colonizzatori che dal XVI secolo in poi pian piano portarono nel Nuovo Mondo cultura, tecniche, bestiame e attrezzature utili per i nuovi insediamenti; compresa la loro arte equestre, fondamentale nel periodo della conquista.
La cornice americana ha costituito così il fertile terreno di sviluppo per un qualcosa che nasceva molti anni prima nel Vecchio Continente e che nel continente americano è stato poi “importato”, trovando in questo contesto il modo di svilupparsi e acquisire le proprie peculiarità e i propri tratti distintivi.
Parlare di MW conduce necessariamente a parlare del West, ovvero di quella zona compresa tra i territori originari degli Stati Uniti (cioè quelle famose 13 colonie che proclamarono la loro indipendenza dalla Gran Bretagna il 4 luglio 1776 a seguito della Rivoluzione Americana)  e l’Oceano Pacifico, zona che ha costituito lo scenario  della omonima Epopea su cui tanto si è scritto.
Impossibile non farvi cenno, l’equitazione ha giocato un ruolo centrale nella storia americana di quel periodo: dalla primissima fase della colonizzazione il cavallo è stato impiegato come unico mezzo per spostarsi, per combattere, per gestire gli appezzamenti di terra e governare il bestiame.
Ora è bene sottolineare che quando si parla di West o di Epopea del West si rischia spesso di inciampare nella leggenda o in racconti la cui genuinità resta in molti casi sospetta. E per avvicinarsi quanto più possibile alla realtà è doveroso sfatare alcuni miti dato che sia la narrativa che la cinematografia hanno prodotto una distorsione dei fatti che ha avuto il suo riflesso anche nella concezione attuale della MW.
Le testimonianze più lontane della storia del West appartengono ai primi giornalisti e scrittori che si recarono sul posto: essi però non ebbero cura di riportare la verità integralmente ma solo quanto poteva far maggiormente presa sulla gente e aumentare le vendite di libri e giornali.
La cronaca dei fatti perveniva già alterata ed esagerata appositamente sotto alcuni aspetti: si tendeva molto a scrivere sulla scia dell’entusiasmo con lo scopo di offrire a un pubblico esuberante quanto si aspettava di leggere.
Così la storia di quel tempo (compresa quella degli Indiani e della loro tragica fine) venne filtrata attraverso il punto di vista dei primi “bianchi” che ne scrissero, e anche successivamente lo stesso concetto di West assunse una connotazione tutt’altro che oggettiva: a seconda dell’interesse di chi scriveva poteva essere proposto come il luogo in cui la civiltà bianca aveva portato il progresso e i suoi rispettabilissimi valori, o il luogo del genocidio dei nativi, del colonialismo, e dello sterminio dei bisonti.

L’argomento “West” è molto difficile da gestire in questa sede: toccarlo di passaggio non rende giustizia, approfondirlo richiederebbe un lavoro a parte.
Ci limitiamo quindi a una considerazione che riguarda davvero da vicino gli appassionati di Monta Americana.
E’ indiscusso che il cinema, probabilmente più fortemente della narrativa, ha contribuito a consacrare il mito del Far West: ma nel farlo ha finito con il creare indirettamente stereotipi ancora oggi duri da estirpare a discapito non solo dei fatti reali ma anche  della vera essenza dell’arte equestre americana.
Diversi registi, soprattutto all’inizio, hanno proposto versioni esageratamente sceniche riguardo le tecniche di addestramento, il modo di montare i cavalli, e la figura stessa del cowboy: i cowboys erano fondamentalmente mandriani, e nonostante siano noti i disordini provocati talvolta dal loro arrivo in città al termine di una lunga marcia, la loro figura non può essere sovrapposta a quella del pistolero o del fuorilegge.
Purtroppo però alcuni film hanno avuto un successo strepitoso e si sono radicati nell’immaginario collettivo, poco importa se fossero veritieri o meno, avevano creato dei miti e la gente li amava.
Portare alla luce la parte tecnica dell’equitazione e la lunga storia che, come vedremo più avanti, l’ha formata nei secoli non era la priorità.
Le conseguenze si riflettono ancora oggi nelle concezioni che resistono nell’ immaginario comune, per il quale la Monta Western non evoca, come dovrebbe, l’immagine ad esempio di un Buckaroo dedito nel minuzioso lavoro artigianale dei suoi finimenti o nella tipica fase di addestramento di un puledro, ma scene  di sparatorie, banditi, sceriffi e vecchi saloon..

Il nostro scopo in questa sede è invece quello di stimolare un punto di vista alternativo, uno spunto di riflessione che ci conduca alla scoperta della concreta evoluzione dei fatti: nel farlo ripercorreremo una linea storica immaginaria che parte dalla Spagna e giungerà nelle terre del Nuovo Mondo, dove il trapasso del sapere equestre spagnolo alle popolazioni locali darà vita alla formazione di quella figura – il  cowboy  – divenuta in seguito icona americana.

CONQUISTA ISLAMICA DELLA PENISOLA IBERICA E TRAPASSO DELLE TRADIZIONI MORESCHE AGLI SPAGNOLI

Quello del cow boy è un lavoro nato spontaneamente secoli fa in ogni luogo in cui ci fosse necessità di controllare e gestire le mandrie: ce lo dice il significato etimologico del termine: cowboy = persona che custodisce il bestiame.
Pertanto ogni paese nel quale vi erano allevamenti di bovini aveva i suoi “mandriani” che, a seconda dei luoghi, prendevano nomi diversi e sviluppavano uno specifico stile di monta e di abbigliamento, con relativi finimenti e attrezzature.
Pensiamo ad esempio al Vaquero in Spagna, da cui si è poi originato il Buckaroo in California, oppure El Charro in Messico,  il Paniolo nelle Hawaii, il Gaucho in Argentina, Uruguay e Paraguay, i Llaneros in Venezuela, il Buttero in Italia.
In questo ampio panorama rischiamo davvero di perderci nelle infinite pagine che potrebbero scriversi riguardo la cultura del bestiame e la sua storia. Per mantenere il filo conduttore che da un lontanissimo passato riconduce ai nostri giorni è però possibile individuare almeno due tappe davvero fondamentali nella storia della formazione dell’attuale figura del cow boy americano. La prima tappa riguarda la dominazione arabo-berbera in Spagna.
L’invasione della penisola iberica (“la Conquista”) iniziò nel 711 ad opera di arabi, berberi e siriani. La dominazione musulmana durò circa 750 anni, durante i quali si formarono diversi stati musulmani indipendenti (tutta la parte sotto dominazione araba ad esempio era conosciuta col nome di Al Andalus) fino a che i lunghi anni delle lotte della “Reconquista” riconsegnarono la Spagna ai cristiani.
Questo breve cenno storico è indispensabile per capire quanto, durante questo lunghissimo periodo di dominio, usi e costumi nord africani si siano potuti insinuare  indelebilmente nelle popolazioni autoctone e locali.
Oltre ai risvolti prettamente politici le influenze sociali della civiltà araba infatti sono state tantissime: l’architettura spagnola ne è un esempio eclatante, ma anche il modo di vestire, di commerciare, di coltivare la terra, di mangiare, di studiare la medicina e la botanica, ogni campo risentì della cultura nordafricana.
Inevitabilmente anche l’equitazione spagnola nei lunghi secoli di rapporto diretto con i mori subì tutta l’influenza del loro modo di vivere quest’arte: e da questo “contatto” culturale si è plasmata la figura del Vaquero, nella quale è molto facile ritrovare l’impronta lasciata dai cavalieri mori; basta osservare le tecniche di addestramento dei cavalli, la tipologia dei finimenti utilizzati, o il tipo di razze allevate (i cavalli spagnoli sono considerati diretti discendenti dell’arabo e del berbero). Ne sono un palese esempio anche il modo di istoriare l’argento e cesellare il cuoio, tipiche attività orientali.

Il segno dei mori sugli spagnoli fu davvero incisivo, probabilmente tanto quanto lo fu  successivamente quello lasciato dagli spagnoli sulle popolazioni del  Nuovo Mondo: il Vaquero Spagnolo, nel quale erano già impressi in modo permanente i tratti della tradizione berbera, tramandando a sua volta le proprie tradizioni alle nuove popolazioni, fu determinante nella formazione del  Vaquero Californiano.

COLONIZZAZIONE DELLE AMERICHE E TRAPASSO DELLE TRADIZIONI SPAGNOLE ALLE POPOLAZIONI LOCALI

La colonizzazione spagnola delle Americhe inizia con i primi viaggi di Colombo nell’ aprile del 1492. Durante il XVI secolo gli Europei, spinti dall’esigenza di cercare nuove vie marittime verso l’Africa, l’India e l’Asia orientale, finanziarono una serie di spedizioni. Erano soprattutto le classi socialmente più elevate, nobili e monarchi, borghesi e alto clero, a desiderarlo, ovvero quelle classi che, conducendo una vita molto dispendiosa, miravano ad accumulare capitali per investirli in attività finanziarie o produttive.
Questi interessi economici (precursori del moderno capitalismo) furono la molla che determinò i profondi sconvolgimenti recati dalla colonizzazione, nonostante fossero celati dietro il desiderio di civilizzare le altre popolazioni.
Mentre Inglesi e Francesi presero a esplorare le coste atlantiche a Settentrione dell’America, gli Spagnoli dilagarono nella parte centrale e meridionale del continente: quello spagnolo fu uno dei primi imperi coloniali europei, ed era talmente estesa l’area dei territori posseduti che passò alla storia come “l’impero nel quale non tramonta mai il sole”.
Ora non è in questa sede che possiamo approfondire un evento storico di tale portata. Né è possibile esaminare tutti gli effetti e i risvolti umani e morali che ebbe l’impatto (devastante) dei coloni  verso le popolazioni indigene.
Il nostro filo conduttore in questo lungo iter è la MW, ed è attorno ad essa che dobbiamo restare.
Dunque, la Spagna per consolidare le sue conquiste nel Nuovo Mondo mise in atto diverse strategie: al fine di incoraggiare i colonizzatori a prendere possesso dei nuovi territori e ad espandersi concesse numerose sovvenzioni per incentivare l’apertura di Ranchos, ovvero fattorie adibite all’allevamento del bestiame.
I coloni spagnoli nei loro viaggi in America si portarono dietro tutto un bagaglio fatto di tecniche e tradizioni, ma anche enormi carichi di bestiame, attrezzature, e cavalli, sia stalloni che fattrici: la razza Andalusa nel tempo influenzerà gran parte delle razze americane, compresi i Mustang e più avanti i Quarter Horse; mentre invece dall’evoluzione delle razze bovine che essi importarono deriverà il famoso longhorn.
Nei Ranch intrapresero la loro attività i primi Vaqueros pervenuti dall’Europa. E come avvenne secoli prima agli spagnoli per opera dei mori, così gli spagnoli trasferirono la loro cultura equestre alle popolazioni del luogo: avendo bisogno di aiuto nella gestione degli allevamenti insegnarono ai locali il lavoro necessario per svolgere le varie mansioni all’interno dei ranch e le tecniche per saper controllare  il bestiame nei vasti territori in cui era necessario condurlo al pascolo.fonte: " John C.H. Grabill"
I nuovi “cow boys americani” che vennero forgiati, ereditarono tutto dai Vaqueros: non avendo una propria cultura in questo campo erano pronti ad apprendere ogni cosa che fosse necessaria per quel tipo di lavoro, ma finirono con l’acquisire anche tutto il resto: il loro modo di vivere, di mangiare, la musica, l’abbigliamento, le attrezzature, i finimenti. Ovviamente modificando quel che era necessario rielaborare in base alle caratteristiche del nuovo ambiente.
Verso la seconda metà del 700 gli Spagnoli puntarono ad espandersi anche verso Nord, in California, e qui la cultura equestre dei Vaqueros subì ulteriori modifiche assumendo nuove caratteristiche sia nello stile di monta che nelle attrezzature, pur mantenendo nitidamente i  tratti ispanici e un fortissimo senso di appartenenza e fedeltà alle origini: è così che nasce nella culla della California la tradizione Buckaroo.
Un tipo di cultura che nei secoli, fino ad oggi, manterrà inalterate le sue caratteristiche. Un vero patrimonio fatto non solo di tecniche ben precise, ma anche finimenti particolari, sapientemente lavorati in modo artigianale impiegando materiali pregiati come argento e pellami di primissima scelta; il tutto abbracciato da un fortissimo senso di dedizione, orgoglio e appartenenza alle proprie origini ispaniche: infatti il termine “Buckaroo” etimologicamente consiste nell’inglesizzazione della parola Vaquero e rappresenta i nuovi cowboy californiani direttamente discendenti dai Vaqueros spagnoli pervenuti dal Vecchio Continente.
I cavalieri californiani di quel periodo erano davvero molto orgogliosi di conservare i metodi dell’addestramento spagnolo, al punto che i rampolli delle famiglie più ricche e importanti venivano mandati in Spagna a completare la loro istruzione a cavallo.
Questo forte attaccamento alla tradizione è testimoniato anche dal fatto che attorno al 1850 quando la California passo sotto il dominio angloamericano, i Vaqueros che lavoravano in quelle terre continuarono la propria attività senza disperdere il proprio patrimonio e sempre con lo stesso desiderio di continuare una tradizione a cui erano così dediti e così legati.
Alla fine dell’800 a seguito di una serie di cause ambientali e politiche e delle fisiologiche spinte della crescita della società americana, gli allevatori della California ebbero l’esigenza di  spostarsi ancora, iniziando a costruire Ranch anche in Nevada, Oregon e Idaho:   questi  Stati americani sono  considerati attualmente il cuore della cultura Buckaroo. Ciò che rende ancor più unica questa cultura sta nel suo esser riuscita a mantenere inalterata nel corso degli anni la propria fisionomia, riuscendo a conservare e a proteggere una vera e propria ricchezza in termini di storia e tradizioni, pur essendo inserita in un contesto come quello americano dell’epoca caratterizzato da processi sociali molto dinamici e da innumerevoli intestine spinte al cambiamento.
Dopo la guerra di secessione questa cultura si spostò verso est e verso nord, andandosi a incontrare con la tradizione cowboy già presente che si diffondeva sulle piste per il bestiame che dal Texas andavano a nord e a ovest. A differenza dei cowboy californiani i texani mostravano una evidente influenza anglosassone nel tipo di monta: il loro sistema di addestramento, frutto  degli insegnamenti dei primi coloni britannici, si basava su un sistema di bardature meno complesso; in oltre essi, soprattutto nei primi tempi, tendevano molto a dare la precedenza alla praticità piuttosto che allo stile di monta, a differenza del metodo Californiano che mirava invece ad addestrare il cavallo a muoversi con grazia, morbidezza e leggerezza,impiegando un tipo di bardatura più complessa.
Alla fine della guerra del 1846-1848 con il Messico, molte popolazioni dell’America Meridionale e orientale si spostarono verso occidente: venne così a crearsi una mescolanza di cavalli e di stili di monta differenti, riflesso di una società, quella americana,  che dai primi anni della colonizzazione fino ad oggi ha trovato nel melting pot il suo tratto distintivo: un vero mosaico costituito dal più alto numero di elementi etnici mescolati tra loro che una nazione potesse contenere al suo interno.

CHI ERANO I COW BOYS

Col passare degli anni il numero dei ranch nel territorio americano era sempre più alto, il bestiame al centro del commercio e della vita sociale, e i cow boy sempre più richiesti.
Ma chi erano in realtà i cowboy “americani”?
Anche in questo caso la loro figura non manca di leggendarie definizioni.
Nello specifico il loro compito principale consisteva appunto nel lavoro col bestiame: essi dovevano preoccuparsi di proteggerlo e accudirlo, quindi di farlo mangiare, di marchiarlo, di porlo al riparo dai pericoli, e di muoverlo verso prestabilite mete per il pascolo o la vendita.
La loro era una vita dura e difficile, incentrata su un lavoro che richiedeva molti sforzi e una particolare attitudine al sacrificio; trascorrevano incessanti giornate lavorative  provati dalla fatica e da ogni condizione climatica: il sole cocente o il freddo pungente; non disponevano di alloggi puliti e confortevoli in cui potersi ristorare dalle loro fatiche quotidiane: quel che avevano a disposizione, soprattutto agli esordi di questa loro storia, consisteva in una sorta di baracche, spesso molto affollate e decisamente scomode, a malapena sufficienti come riparo notturno per riposare qualche ora.
In diversi periodi dell’anno erano impegnati in lunghi viaggi per lo spostamento delle mandrie, e sul percorso li attendevano prove fisiche e mentali che avrebbero richiesto ben oltre il coraggio e la buona volontà di cui dovevano necessariamente disporre. Per questo, una volta giunti in città, si lasciavano andare a liberatori momenti di svago, vissuti soprattutto all’interno dei saloon.
Pensiamo per un istante a quanto fosse difficile viaggiare accompagnando migliaia di capi attraverso gli sconfinati territori americani. Praterie, fiumi, e boschi riservavano ogni sorta di pericolo: la fatica delle lunghissime ore trascorse in sella non poteva essere motivo di deconcentrazione, c’era sempre la possibilità dell’agguato improvviso di banditi o razziatori, di un temporale inaspettato da affrontare, dell’attacco di qualche animale velenoso, di un infortunio accidentale o del tanto temuto stampede (=fuga disordinata e precipitosa della mandria scatenata da una qualsiasi causa).
Lo stampede era un fenomeno davvero difficile da gestire, richiedeva molta abilità ed esperienza da parte dei cow boys più esperti, e non di rado provocava anche  delle morti tra coloro che restavano travolti dai bovini nella corsa scompigliata.
Si narra che durante le estenuanti marce i cowboy erano soliti intonare canti o suonare la chitarra per tranquillizzare le mandrie.
Durante l’anno gli impegni più importanti erano i raduni per marchiare il bestiame (round up) e i  trasferimenti verso le città, centri di commercio del bestiame.
Quando invece non erano previsti spostamenti il lavoro principale consisteva nell’ assolvere i vari compiti relativi alla vita nei Ranch: sistemare il fieno, pulire le stalle, ordinare i finimenti e le varie attrezzature..
I cow boys nel corso degli anni hanno modificato le loro usanze in direzione di un sempre maggior funzionale impiego di strumenti e razze equine.
I cavalli che prediligevano e che sceglievano erano quelli di taglia medio piccola,  ritenuti più idonei per lavorare: le loro dimensioni permettevano di salire e scendere velocemente e senza perdere tempo, cosa che in un Ranch capitava molte volte durante la giornata e che sarebbe risultata più complicata con cavalli più alti. In secondo luogo le dimensioni contenute rendevano questi cavalli più abili e meno impacciati per muoversi in mezzo alle mandrie.
Si preferivano in oltre delle razze dal carattere docile e ben predisposto al lavoro, al fine di avere meno problemi possibili durante la fase di addestramento e di impiego effettivo.
L’elemento più importante per un cow boy però non era il cavallo, anche perché la maggior parte delle volte non ne possedevano personalmente, bensì la sella: un vero e proprio patrimonio per il quale si era disposti a spendere qualunque cifra; non ci si poteva permettere infatti che il supporto delle lunghissime ore trascorse a cavallo fosse scomodo o provocasse inopportuni fastidi.
Un usanza tramandata dai Vaqueros prevedeva di ornare sia selle che stivali con intarsi e cuciture d’argento.
Per quanto riguarda l’abbigliamento, questo doveva necessariamente essere molto pratico: in genere prevedeva larghi cappelli per proteggersi dal sole e  dalla pioggia; fazzoletti  legati al collo utili a coprire il volto durante polveroni o tempeste di sabbia; camicia di lana; gilet con tante tasche; guanti per proteggersi le mani duranti certi lavori; chaps di pelle per proteggersi dai graffi di rovi e arbusti in cui potevano imbattersi durante i loro viaggi; stivali comodi e col tacco alto per evitare di restare staffati in caso di caduta da cavallo; speroni per controllare il  cavallo.
Immancabile, sotto il vestito di ogni cowboy, una specie di pigiama che non veniva mai tolto, né durante la notte (non si cambiavano), né  durante i bisogni, essendo munito di apposita apertura.
Tutto quanto era in possesso di un cow boy andava a coprire precise funzioni:  nulla era inutile o lasciato al caso, ma ogni cosa era concepita per essere utile e funzionale.

Col passare del tempo le condizioni  di vita e di lavoro del cow boy sono migliorate notevolmente, ma gli inizi furono decisamente duri e travagliati.
Probabilmente il fatto che i cow boy siano riusciti ad affrontare una vita così ardua,ha contribuito ad esercitare sulla fantasia di molti l’idea che si trattasse di uomini in un certo senso straordinari, uomini attorno ai quali si sono sviluppate, più o meno veritiere, le numerose leggende che sono rimaste nella storia e che hanno contributo a creare una sorta di mito attorno a questa figura.

LA MONTA WESTERN (O MONTA DA LAVORO) OGGI

Ma dov’è finito oggi lo spirito antico che animava questa gente? E che insegnamento hanno lasciato ai loro posteri?
Bè, non è difficile rintracciare l’eredità lasciata dai cowboy di un tempo: pur essendo passati secoli i principi che ispirano il modo di addestrare i cavalli e gli scopi da raggiungere nella loro formazione sono rimasti gli stessi e si riflettono anche nei metodi e negli obbiettivi di un moderno insegnante di MW.
Il lavoro che essi svolgevano un tempo era indirizzato fondamentalmente alla ricerca degli stessi fini perseguiti anche oggi.
Ad esempio durante l’avanzata dei coloni verso il Nord si rivelò molto utile l’addestramento di base della cavalleria spagnola; infatti per spingere il bestiame attraverso quelle terre sconfinate era necessario che i cavalli seguissero un’andatura morbida e meno veloce, pur mantenendo invariato l’impulso e la riunione: questo era molto importante per mantenerli calmi e rilassati (fattore che si ripercuoteva anche sulle mandrie) evitare che sforzassero troppo i legamenti e le articolazioni, e permettere anche ai cavalieri di giovare di un’andatura così morbida.
Come è possibile notare da questo esempio oggi come ieri la tecnica impiegata mira ad ottenere un cavallo docile, ben disposto a rispondere agli aiuti, abituato alla fatica, leggero sugli anteriori,  abile e generoso.
Da allora il progresso ha cambiato radicalmente il volto delle società: se prima dell’industrializzazione l’equitazione rivestiva un ruolo centrale, in seguito è stato inevitabile il suo lento slittamento verso il settore ludico sportivo, fatta eccezione per quegli Stati in cui il cavallo risulta essere ancora oggi indispensabile ai fini del lavoro.
Le gare che si disputano attualmente continuano in un certo senso una tradizione iniziata dagli stessi cowboy nei Ranch: il loro desiderio di alleggerire in qualche modo quelle lunghe e faticose giornate di lavoro li stimolò ad organizzare dei momenti di svago durante i quali potersi sfidare per divertirsi e mostrare la loro abilità.
Con il tempo queste competizioni si sono evolute, hanno oltrepassato il confine dei ranch americani e avuto una larghissima diffusione. Ciò ha portato alla creazione di Enti Nazionali con il compito di definire e regolamentare le varie specialità nella equitazione western in tutto il mondo: ad esempio la National Cutting Horse Association o la National Reining Horse Association.

Così, pur essendo nata come una Monta da Lavoro con scopi prettamente funzionali, nel tempo la MW ha cambiato la sua fisionomia determinando la formazione di un settore equestre sportivo che vanta numerose discipline praticate in tutto il mondo. Tra queste, alcune hanno curato meticolosamente la parte tecnica raggiungendo i massimi livelli di espressione nel Reining; altre si sono specializzate maggiormente sulla rapidità e l’abilità, come il Pole Bending e il Barrel Racing; altre ancora sulla precisione, come la Gimkana; infine le più “tipiche”, pur prevedendo la capacità di saper unire la velocità alla destrezza e all’impiego di manovre tecniche ben precise, restano basate sull’antica arte della conoscenza delle mandrie: è il caso, ad esempio, del Team Penning e del Cutting.

In questo vasto scenario tuttavia quel che colpisce maggiormente è l’intensità e lo spirito che ancora oggi sopravvivono nella mente e nel cuore di quanti amano questo tipo di Monta e si adoperano per portarne avanti con passione e impegno le lontane tradizioni, che come un filo ininterrotto legano il polveroso passato del West alle arene dei nostri tempi.

C. C.

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